anche in assenza di precise notizie, non e` difficile immaginare che nella sua carriera di pubblicitario davis grubb mai aveva lanciato un prodotto con un accorgimento efficace come quello con cui nel 1953, al suo esordio, presento` harry powell alias ii pastore, cioe` lo psicopatico piu` seducente e abominevole che si ricordi: quattro lettere tatuate sulle dita della mano sinistra ("hate") e quattro su quelle della destra ("love"). il resto - e si intende la costruzione di un gotico tutto americano, dove le luci dell`espressionismo proiettano lunghe ombre sul paesaggio spettrale del midwest - lo ha fatto il film diretto l`anno dopo da charles laughton e interpretato da robert mitchum: ogni scena sembra girata per imprimersi, come in effetti e` avvenuto, nella memoria. tanto piu` sorprendente sara` allora tornare al testo d`origine: la storia e` qualcosa di piu`, se possibile, dei fatti che la compongono (e che ruotano intorno a un bottino di cui solo i ragazzini nelle mani del pastore conoscono il nascondiglio), e` un`omelia nera, una lunga e cupa ballata atroce almeno quanto le filastrocche infantili che di tanto in tanto la interrompono, risuonando nel vuoto.
"so il nome e le proprieta` di tutte le erbe che curano il corpo" dice con fierezza la protagonista tredicenne di uno dei racconti qui riuniti, da cui sembra spirare il profumo mielato dei fiori d`acacia e quello amarulento del latte di fico. la natura e` del resto l`unico sapere di chi non ha per orizzonte che indigenza, campi, vigne, stagni, colline, e l`unico riparo dal dolore per le creature difettive che ines cagnati sa raffigurare con un ritegno che lascia intravedere abissi di tristezza. la tristezza che scaturisce da madri dal viso tirato e cupo e da padri cui solo la collera riesce a dar voce. e insieme dall`"altro mondo", popolato di insegnanti armate solo di "parole violente" e regole inflessibili; di figli che non sanno nascondere l`insofferenza delle loro origini e di anziani genitori che la sera se ne stanno li` a "guardare il volo vellutato dei pipistrelli nel crepuscolo violaceo"; di comunita` che respingono chiunque appaia disturbante e alieno - e dunque pazzo. come la donna che tutti chiamavano "la pipistrella" perche` nel capanno isolato in cui viveva solo quei "sacchetti di polvere nera imprigionata nelle ragnatele" parevano accoglierla e rispecchiarla. alberi e animali, popolo di tacita e primordiale saggezza, sono la vera patria di queste vulnerabili creature, cui e` concesso al piu` il sogno di andarsene lontano, "fino al deserto dove passano i cammelli con le carovane del sale".