"se e` vero che le vicende della sua vita sono parte integrante dell`importanza di socrate, si deve comunque dare tutto il rilievo possibile al fatto che egli mori` assassinato" dichiara perentoriamente manlio sgalambro. tuttavia platone "omette pietosamente quella parola", e dal canto suo nietzsche afferma - certo a ragione - che "socrate volle morire". ma chi desidera morire, osserva sgalambro, "si trova intrappolato in una insana contraddizione", giacche` nello stesso tempo vuole vivere. e cosi` fu anche per socrate, che delego` infatti il compito a un "benefattore" (euergetikos) - cosi` egli defini` l`assassino - e con cio` introdusse una volta per tutte nella filosofia la figura dell`omicida. eppure la speculazione filosofica ha per lo piu` evitato di porsi le domande cruciali che ne derivano: quale mistero cela il delitto in se stesso? chi e` l`assassino nella sua essenza? domande che invece non teme di affrontare qui sgalambro, tenace esploratore delle zone impervie del pensiero, spingendo lo sguardo verso quel punto dove l`espressione "`l`uomo e` mortale` non significa in primis che `l`uomo muore` - insigne banalita` concettuale -, ma che l`uomo e` datore di morte".
piu` volte nei suoi interventi pubblici anna maria ortese ha denunciato i delitti dell`uomo "contro la terra", la sua "cultura d`arroganza", la sua attitudine di padrone e torturatore "di ogni anima della vita". e lo ha fatto pur nella consapevolezza che il suo grido d`allarme sarebbe stato accolto con impaziente condiscendenza da chi sembra ignorare che cio` che rende l`uomo degno di sopravvivere e` la sua "struttura morale: intendendo per morale ogni invisibile suo rapporto, ma buon rapporto, con la vita universale". quel che ignoravamo e` che tali interventi, che additavano nello sfruttamento e nel massacro degli animali, nella natura offesa e distrutta il nostro piu` grande peccato, non erano isolate e volenterose prese di posizione, bensi` la punta emergente di un iceberg. un iceberg rappresentato da decine e decine di scritti inediti, nei quali la ortese e` andata con toccante tenacia depositando quel che le dettava la sua "coscienza profonda", vale a dire la memoria, riservata a pochi e supremamente impopolare, "delle "prime cose" preesistenti l`universo" - in altre parole, la visione che la abitava. scritti di cui qui si offre una calibrata selezione e che nel loro insieme si configurano come un vero e proprio trattato sull`unica religione cui la ortese sia stata caparbiamente fedele: la religione della fraternita` con la natura.