"leggo, nel vecchio libretto scolastico, le parole `le proble`me de l`union de l`ame et du corps`, scritte con calligrafia adolescenziale nella casella ove dovevo indicare l`argomento di filosofia prescelto per gli esami... quest`aria, questo vento, non mi sembrano piu`, come allora, il frutto di astruse speculazioni antiquate: li sento invece circolare in me e fuori di me. in questi anni hanno assunto sembiante musicale e so, ormai da tempo, quanto io provi sempre la commozione di chi misuri se stesso nel fluire del proprio pensiero a confronto col resto del mondo".
raccontata dalla voce narrante di un bambino, questa cronaca familiare puo` leggersi in due modi. e il ritratto, antisentimentale di un padre che decide di stare, ad ogni costo e ad ogni istante della propria vita, dalla parte del figlio condannato a una lunga detenzione: eroe ordinarissimo di un eroismo senza gesta, per lui il figlio e` diventato una specie di incarnazione della piu` vera condizione umana. oppure e` il ricordo di un``infanzia normale, in una famiglia del tutto normale, cresciuta col padre ferroviere e lo zio falegname, con la mamma maestra e la zia senza figli che alleva bengalini, con abitudini normali ma dentro cui irradia una specie di incantesimo - la galera del fratello - che trasferisce questa normalita` in un altro .
la storia inizia nel 1941 e termina negli anni sessanta. al centro c`e` la guerra e il suo stravolgimento epocale. il suo impatto su una famiglia felice, fino a quando un solco nero non dividera` il "prima" dal "dopo". le vicende del romanzo seguono quelle dei personaggi, tutte intrecciate tra loro con un movimento nel tempo che ha piu` a che fare con i ritmi della memoria che con quelli della storia. si passa dai primi mesi di guerra, quando l`atmosfera e` ancora inconsapevolmente euforica, ai giorni piu` bui dell`occupazione tedesca, per risalire alle battaglie in nordafrica, raccontate in modo folgorante grazie anche al ritrovamento di un diario inedito. infine si torna alle speranze del dopoguerra, per chi aveva ancora qualcosa in cui sperare.
quando john e jenny, una giovane coppia della florida, decidono di adottare un cane per fare pratica come genitori non si immaginano quale uragano sta per abbattersi sulla loro casa. marley, un labrador giallo, da adorabile cucciolo si trasforma immediatamente in un gigante maldestro che si lancia attraverso le porte a zanzariera, distrugge le pareti, sbava sugli ospiti, ingurgita qualsiasi cosa attiri la sua curiosita`, dai gioielli ai divani, e fugge dai bar tirandosi dietro il tavolino. insomma, e` la vergogna della scuola di addestramento e la disperazione del suo veterinario, che non sa piu` quale tranquillante prescrivergli. ma marley ha anche un cuore puro e innocente. come rifiuta ogni limite imposto alla sua esuberanza, cosi` la sua lealta` e il suo attaccamento sono infiniti, e la sua allegria devastante ma contagiosa sa riconquistarsi ogni volta l`affetto dei padroni. questo libro e` la sua storia, le gesta di una "persona non umana" che ha condiviso le gioie e i dolori della famiglia mentre questa cresceva, se n`e` sentito parte anche nei periodi in cui nessuno voleva piu` saperne di lui e soprattutto e` stato, per tutta la sua esistenza, un distruttivo, insostituibile, commovente esempio d`amore e fedelta`.
"so il nome e le proprieta` di tutte le erbe che curano il corpo" dice con fierezza la protagonista tredicenne di uno dei racconti qui riuniti, da cui sembra spirare il profumo mielato dei fiori d`acacia e quello amarulento del latte di fico. la natura e` del resto l`unico sapere di chi non ha per orizzonte che indigenza, campi, vigne, stagni, colline, e l`unico riparo dal dolore per le creature difettive che ines cagnati sa raffigurare con un ritegno che lascia intravedere abissi di tristezza. la tristezza che scaturisce da madri dal viso tirato e cupo e da padri cui solo la collera riesce a dar voce. e insieme dall`"altro mondo", popolato di insegnanti armate solo di "parole violente" e regole inflessibili; di figli che non sanno nascondere l`insofferenza delle loro origini e di anziani genitori che la sera se ne stanno li` a "guardare il volo vellutato dei pipistrelli nel crepuscolo violaceo"; di comunita` che respingono chiunque appaia disturbante e alieno - e dunque pazzo. come la donna che tutti chiamavano "la pipistrella" perche` nel capanno isolato in cui viveva solo quei "sacchetti di polvere nera imprigionata nelle ragnatele" parevano accoglierla e rispecchiarla. alberi e animali, popolo di tacita e primordiale saggezza, sono la vera patria di queste vulnerabili creature, cui e` concesso al piu` il sogno di andarsene lontano, "fino al deserto dove passano i cammelli con le carovane del sale".