Il meglio del cofanetto appena pubblicato, 18 classici. Rimasterizzato
sullo sfondo della grande guerra, che scardina le famiglie allontanandone i componenti e che divide le coscienze alla luce del nuovo disordine mondiale, il caso fa incontrare nuovamente, dopo molti anni, una nobile signora inglese ed un conte tedesco, ferito e prigioniero del paese divenuto nemico. incontro dopo incontro, quel rapporto, dapprima superficiale, si approfondisce sempre di piu`; un rapporto strano, fatto di attrazione e repulsione insieme, che il lettore vede scorrere nella sua ambivalenza fino allo scioglimento finale, determinato dal ritorno dalla guerra del marito di lei.
sulle questioni poetiche george orwell aveva le idee chiare. prediligeva thomas hardy e rupert brooke; al t.s. eliot dei "quattro quartetti", un vate troppo pomposo, anteponeva quello delle rime giovanili; detestava, con gioviale cinismo, wystan h. auden ("e` un kipling senza fegato") e stephen spender. d`altronde, in uno scritto del 1946, "why i write", orwell confessava di avere esordito come poeta: "scrissi la prima poesia all`eta` di quattro o cinque anni, dettandola a mia madre" era un plagio di william blake. da ragazzo, lo affascinarono le ballate di robin hood e il "paradiso perduto" di milton. tutti i grandi scrittori del novecento, in effetti, pensiamo a james joyce, a william faulkner, a ernest hemingway, sono poeti messi all`angolo, lirici mancati per un attimo. orwell pratico` la poesia con talento anomalo, sporadicamente, per tutta la vita: il suo modello e` un jonathan swift vissuto nell`era atomica. spesso i versi hanno un`arguzia dolente, da aspide ("sono il verme che mai divenne / farfalla, l`eunuco senza harem / [...] non ero nato per un`eta` come questa"). nell`oggi profetizzato da orwell, dove la scrittura esiste per annacquare gli spiriti, per celebrare, magari con provocazioni ad hoc, lo status quo, la poesia e` la sola arma per abbattere il grande fratello.
cio che manca al nostro tempo, esausto nell`anima, e una ribellione autentica, dispari ai vili interessi del potentato di turno. ma ogni ribellione, perche non sia velleitaria, ha bisogno di un maestro, si deve coalizzare intorno a un libro. eccolo. gli scritti "di lotta" di georges bernanos sono un micidiale - quando non apocalittico - esercizio di crisi, sbriciolano il mito intimidatorio e criminale del "progresso". polemista supremo, bernanos combatte quelli che si arricchiscono "in maniera inedita giocando in borsa, nei fondi, alla roulette o a poker" come il fanatismo socialista che ha prodotto "l`uomo-di-massa", alienato, alieno al destino individuale; dileggia "il feticismo di pretese leggi economiche sempre in contraddizione con se stesse", sbugiarda "il meccanismo" che "pensa contro l`uomo perche pensa al posto suo". in sostanza, bernanos e il primo scrittore a essersi schierato contro l`intelligenza artificiale. anelava alla "rivolta universale dello spirito" arso dall`oro dell`ira, come i grandi profeti biblici, ci salva dagli inferi dell`egolatria e dell`algocrazia. gli siamo grati. e il libro perfetto per chi vuole uno strumento autorevole per disinnescare i falsi miti del nostro tempo, diffida degli ottimisti, ama la grande letteratura preferendola ai libri prodotti dall`algoritmo.