benche` costretto, nel 1932, ad accettare una nuova "sfacchinata" ingegneresca, gadda non ha la minima intenzione di dissipare la notorieta` che "la madonna dei filosofi", uscito l`anno prima, gli ha procurato nell`ambiente dei letterati. la scrittura e` per lui "un prepotente bisogno", e un ripiegamento sarebbe inconcepibile: "la realta` deve essere, il resto non importa". con i proventi della corvee presso i servizi tecnici del vaticano finanziera` dunque nel 1934 "il castello di udine": libro variegato, riluttante a ogni definizione di genere, stilisticamente tracotante. i ricordi di guerra ci consegnano la bruciante delusione di chi ha visto il sogno di "una vivente patria, come nei libri di livio e di cesare" annientato dall`incapacita` degli alti comandi di raffigurarsi le "correlazioni complesse" che legano l`esercito "al resto del mondo"; dal mito, "ignobile e turpe", della furberia; da una prigionia che lo ha travolto "verso la riva dell`inutilita`". ma subito dopo la cronaca di una crociera nel mediterraneo proietta l`immagine di un mondano, ironico reporter; l`invettiva contro i musici di strada, molesti perturbatori delle notti milanesi, quella di un bizzoso moralista; il racconto "la fidanzata di elio" - dove le virtu` di luisa lasciano presagire una vita "drappeggiata di linoleum, risfolgorata di nichelio" - quella di un incendiario robespierre della borghesia milanese. a ben vedere, tuttavia, un filo rosso, tenace e segreto, unisce queste prose in apparenza disparate, screziandole di dolore e di sangue, come se la prima sezione gettasse fiotti d`ombra su tutta la raccolta: il lutto insanabile per chi e` caduto in guerra - come il fratello enrico, "la parte migliore e piu` cara di me stesso".
arrivato cinquant?anni prima dalla nativa alvernia senza un soldo in tasca, auguste mature, che muore, schiantato da un ictus, all?inizio di questo romanzo, e riuscito a trasformare il piccolo bistrot di rue de la grande-truanderie, dove andavano a bere un caffe corretto o a mangiare un boccone i lavoratori dei mercati generali - il "ventre di parigi", come li chiamava emile zola -, in un ristorante che, pur conservando i vecchi tavoli di marmo e il classico bancone di stagno, e ora frequentato dal tout-paris. gli e sempre stato accanto il figlio antoine, il quale, prima ancora che la camera ardente sia stata allestita, deve fare i conti - alla lettera - con il fratello maggiore, un giudice istruttore aizzato da una moglie arcigna, e con quello minore, un cialtrone semialcolizzato che millanta fumosi progetti immobiliari e sopravvive spillando soldi al mite, generoso antoine. lo stesso antoine contro cui ora si accanisce, sospettandolo di aver sottratto il testamento del padre e di volersi appropriare di un "malloppo" sicuramente nascosto da qualche parte. simenon, anche questa volta, si rivela magistrale nel mettere in scena un dramma familiare, portando alla luce, come lui solo sa fare, attriti, risentimenti, menzogne. sullo sfondo, l?imminente fine dell?universo - di facce, di odori, di rituali - dove i tre fratelli sono cresciuti: quelle halles che nel giro di pochi anni spariranno, insieme a un pezzo dell?anima della citta.