
"neocolonialismo" non e una parola che si applica, di solito, al rapporto tra nazione e regione, ma in sardegna c`e un sentimento diffuso che l`isola - pur non essendo una colonia in senso formale - continui a vivere forme di dipendenza economica, simbolica e territoriale che ricordano, per logiche e conseguenze, quelle coloniali. e un`idea che ha radici profonde, dimostrata dalle lotte contro le installazioni militari che per decenni hanno minato la salute delle persone e della natura in vasti tratti di territorio, e che serve a spiegare la grande ondata di proteste che cerca di bloccare la costruzione di parchi eolici e solari tanto necessari alla transizione energetica nazionale. davanti a un paesaggio ferito e sfruttato - almeno nella percezione di molti sardi - dai bisogni altrui, alle folle di turisti che dell`isola vedono solo le spiagge, ai centri abitati dell`interno a rischio di diventare paesi fantasma, si avverte una perdita di controllo sui propri destini. e forse non e un caso che questo sentimento sia spesso unito a una forte volonta di riappropriarsi di un`identita annacquata da narrazioni - e, a volte, autonarrazioni - che insistono sempre troppo sugli stereotipi dell`arcaico e del selvaggio: cosi, una proliferazione eccessiva di festival letterari e accompagnata da un tangibilissimo rinascimento letterario e musicale, la spinta per portare la lingua sarda fuori dalle famiglie e dentro l`amministrazione e le scuole comincia a dare qualche risultato concreto, i saperi tradizionali di settori come l`apicoltura si adattano in fretta al cambiamento climatico. e quella fierezza e quell`orgoglio sardi tanto abusati si ridisegnano in un moto spontaneo e popolare teso a rimodellare la sardegna, per renderla piu vicina ai bisogni di chi ci vive.























