



fort bragg, 1970. un capitano medico dei berretti verdi, jeffrey macdonald, viene accusato di aver massacrato la moglie incinta e le due figlie a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio, ma viene scagionato da un tribunale militare per mancanza di prove. anni dopo il caso viene riaperto, e il giornalista joe mcginniss, in cerca di una storia di sicuro successo, si conquista l`amicizia di macdonald e ne diventa il confidente per tutta la durata del processo che lo condannera all`ergastolo, intrecciando con lui una corrispondenza sconcertante per doppiezza psicologica. quando infatti, nel 1983, il libro di mcginniss viene pubblicato, macdonald si scopre tradito dal giornalista, che lo ha dipinto come un assassino narcisista e psicopatico, e decide di citarlo in giudizio per frode. la vicenda scomoda in aula il primo emendamento e in molti da allora continuano a chiedersi fino a dove puo spingersi la liberta di stampa, o se e legittimo ricorrere all`inganno in nome della cosiddetta "informazione". ma soprattutto scomoda janet malcolm, una delle firme leggendarie del "new yorker", che all`epoca aveva qualche ragione per interessarsi al caso: poco tempo prima uno psicoanalista americano, scontento del ritratto che la malcolm ne aveva fatto, l`aveva querelata chiedendo un risarcimento di dieci milioni di dollari. e cosi la giornalista decide di ripercorrere il processo, non per "sapere se macdonald sia colpevole o innocente, e nemmeno stabilire se cio che dice di lui mcginniss sia falso o diffamatorio, ma solo giudicare se mcginniss avesse il diritto di dirlo dopo aver fatto credere a macdonald di pensare il contrario" commenta emmanuel carrere. su questa vertigine morale rivolge il suo sguardo affilato la malcolm, che, con implacabile onesta e una punta di masochismo - visto che dopotutto parla del suo lavoro -, si interroga sull`etica e sulla pratica di un mestiere per natura ambiguo, offrendoci un reportage magistrale sul rapporto fedifrago che lega il giornal

oltre che uno dei naturalisti piu originali del novecento, gerald durrell e stato uno scrittore unico per grazia e sapienza stilistica - qualita che hanno decretato il successo di un capolavoro come "la mia famiglia e altri animali" e che ritroviamo intatte nei suoi scritti postumi, di recente riemersi come un dono inaspettato. un mosaico di materiali eterogenei, dove si intrecciano le molte identita (e i molti talenti) di durrell e le decine di luoghi da lui abitati e studiati: un abbozzo di memoir, in cui risaltano gli anni trascorsi nella nativa india coloniale; una serie di reportages che spaziano dall`africa subsahariana all`intera oceania, restituita nella lettera alla madre sulla nuova zelanda e nel taccuino del lungo viaggio australiano, incentrato sulla grande barriera corallina; e una successione di carrellate etologiche, come quella sull`abominevole uomo delle nevi himalayano, che gli offre il destro per passare in rassegna altri animali leggendari. pagine appassionanti, percorse da un incessante memento - ora implicito, ora dichiarato - sulla crisi della biodiversita e le relative responsabilita antropiche: perche per durrell lasciare che una specie animale cada nell`oblio e qualcosa di semplicemente impensabile, "come bruciare un rembrandt, trasformare la cappella sistina in una discoteca o demolire l`acropoli di atene per costruirci un hilton".

quando, nel settembre del 1927, joseph roth ringrazia stefan zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di piu di un garbato scambio di cortesie fra letterati. sono entrambi ebrei, entrambi scrittori, ma tutto li separa: di tredici anni piu anziano, zweig gode di una fama internazionale di cui mal sopporta l`onere e le responsabilita: "meglio essere dimenticati che diventare un marchio" confessa; roth, che il successo comincera a conoscerlo solo nei primi anni trenta grazie agiobbe e la marcia di radetzky, si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche, al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui e dolorosamente consapevole. come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un`amicizia ardente, e tragica, testimoniata da questa corrispondenza, fra le piu alte del novecento. all`angoscia di roth, che solo nell`alcol sembra trovare requie, ai suoi scatti di collera, alle sue ricorrenti richieste di denaro, alla sua urgenza espressiva - che nasce dal desiderio di perdersi indestini inventati -, zweig risponde con pacata fermezza, con quell`"armonia" che e uno dei tratti della sua bonta, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti. mentre roth, che del nazionalsocialismo ha subito presagito le atroci conseguenze, vorrebbe scuotere la mansuetudine e la saggezza dell`amico, indurlo a un`intransigenza piu che mai necessaria nell`"ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l`unzione". ma i contrasti, anche accesi, non intaccheranno un legame indefettibile, come dovra riconoscere nel 1937 anche il piu misurato e ponderato zweig: "contro di me lei puo fare tutto quello che vuole, puo disprezzarmi, puo attaccarmi in privato o in pubblico, non potra impedire che io provi per lei un amore infelice, un amore che soffre per le sue sofferenze". postfazione di heinz lunzer.

"gli scrittori sono tutti morti e tutta la scrittura e` postuma". nessun altro, eccetto burroughs, avrebbe osato proclamarlo, ed e` soltanto una delle affermazioni paradossali e dissacranti che costellano i saggi qui raccolti, estratti dallo sciame meteorico che, durante una mitica stagione, investi` le pagine delle riviste internazionali, letterarie e non. burroughs porta il lettore oltre i cordoni della polizia militare fino al cancello di aree classificate "top secret", e gli fa intravedere cose insospettate, di bruciante attualita`, quali il controllo della mente - con ogni mezzo legale o illegale - da parte di politici, scienziati, giornalisti, medici, santoni e altri spacciatori, la parola come virus, la scrittura come tecnica e magia, all`occorrenza nera. con il suo humour vitreo composto in egual misura di lucidita` e follia, rude buonsenso e visionarieta`, e oltraggi a ripetizione, ci porge scampoli fulgenti di "atroce presunzione". insegna la lettura creativa. libera la mente dalla sudditanza e dall`assuefazione a ogni conformismo. condisce invettive, dissezioni e profezie con raccontini ad hoc, sconci e spassosi. e intanto disegna una singolare, illuminante galleria di autori letti, incontrati, amati, detestati: da kerouac a beckett, da graham greene a conrad, da fitzgerald a hemingway, da maugham a proust. leggerlo e` fare un corso accelerato di disintossicazione dall`acquiescenza agli zelanti manipolatori del potere. burroughs ha scritto la sceneggiatura del film che chiamiamo realta`. peccato sia la nostra. introduzione di james grauerholz.

per molti e` stato l`essere piu` intelligente mai vissuto sulla terra - un alieno in grado di imitare alla perfezione gli umani, scherzavano i colleghi. ma chi era davvero john von neumann nessuno e` mai riuscito a decifrarlo. il paragone scontato con einstein non aiuta a capire, giacche` i due non potevano essere piu` diversi, soprattutto in campo scientifico: a princeton, mentre uno inseguiva il miraggio di una teoria unificata della gravitazione e dell`elettromagnetismo, l`altro disegnava l`architettura del primo calcolatore programmabile modernamente inteso, la stessa che ritroviamo oggi nei nostri smartphone. indifferente alle implicazioni filosofiche della meccanica quantistica, von neumann guardava al futuro con la capacita` quasi infallibile di individuare i settori in cui il suo contributo avrebbe determinato il nostro destino: l`intelligenza artificiale, gli automi cellulari, la teoria dei giochi, la bomba atomica. era un genio, ma lontanissimo dallo stereotipo del nerd asociale: un bon vivant che amava i party, le cadillac e le belle donne; un uomo pieno di debolezze e ambiguita`, come testimonia l`inaspettata conversione al cattolicesimo in punto di morte; una figura controversa, bersaglio di feroci critiche per l`estremo cinismo con cui sostenne la necessita` di un attacco nucleare preventivo contro l`unione sovietica. ma innanzitutto - come ci ricorda bhattacharya - una mente capace di fornire gli strumenti per affrontare il futuro da cui sembrava provenire, proprio mentre era disposta a riportarci all`eta` della pietra.

scandito in tre parti - , , -, v13 raccoglie, rielaborati e accresciuti, gli articoli (apparsi a cadenza settimanale sui principali quotidiani europei) in cui emmanuel carre`re ha riferito le udienze del processo ai complici e all`unico sopravvissuto fra gli autori degli attentati terroristici avvenuti a parigi il 13 novembre 2015 - attentati che, tra il bataclan, lo stade de france e i bistrot presi di mira, hanno causato centotrenta morti e oltre trecentocinquanta feriti. ogni mattina, per quasi dieci mesi, carre`re si e` seduto nell`enorme fatta costruire appositamente e ha ascoltato il resoconto di quelle - le testimonianze atroci di chi ha perduto una persona cara o e` scampato alla carneficina strisciando in mezzo ai cadaveri, i silenzi e i balbettii degli imputati, le parole dei magistrati e degli avvocati -, e lo ha raccontato, come solo lui sa fare, senza mai scivolare nell`enfasi o nel patetismo, e riuscendo a cogliere non solo l`umanita` degli uni e degli altri (sconvolgente, ammirevole o abietta che fosse), ma anche, talvolta, la quasi insostenibile ironia dei discorsi e delle situazioni. da questo viaggio al termine dell`orrore e della pieta`, da questo groviglio di ferocia, di fanatismo, di follia e di sofferenza, carre`re sa, fin dal primo giorno, che uscira` cambiato - cosi` come uscira` cambiato, dalla lettura del suo libro, ciascuno di noi.

Le lettere di questo stupefacente epistolario sono in gran parte indirizzate ad Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Paul Bowles e pochi altri, uniti dalla convinzione di essere destinati a qualcosa di grandioso, e guidati dallo stesso Burroughs, guru sui generis e artefice di un «lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi». Seguiremo così el hombre invisible – come lo avevano soprannominato gli arabi – per i vicoli di Tangeri, lo vedremo sperimentare, fino al limite, ogni tipo di droga e cercare ovunque strumenti per scardinare «il film fraudolento» della realtà.

acquistando per due dollari un libro, offertogli per strada da un giovane entusiasta un giorno del 1975, paul haggis ancora non sa che l`affiliazione casuale, e all`inizio piuttosto scettica, alla chiesa di scientology segnera` la sua carriera di regista, trasformandosi via via in un inferno personale e professionale. quando, molti anni dopo, haggis riuscira` finalmente a uscirne, raccontera` tutto a lawrence wright, che in questa inchiesta racconta tutto a noi: le violenze, i ricatti, le estorsioni cui scientology sottopone i suoi affiliati; le figure piu` grandi del vero - david miscavige, attuale guru della chiesa, e tom cruise, suo principale testimonial -, che la tengono in vita; le procedure private (come le sedute di auditing, un improbabile incrocio fra la parodia di una seduta di analisi e quella di un colloquio aziendale) in cui si articola la lunga iniziazione dell`adepto, e le fantasmagoriche cerimonie pubbliche che celebrano i trionfi della setta piu` vasta mai apparsa sul pianeta. ma dove lawrence wright scatena fino in fondo la sua vena narrativa e` nel ritratto dell`inventore di tutto questo, ron hubbard, un uomo capace di vendere milioni di copie dei suoi romanzi di fantascienza, e naturalmente dei suoi manuali parareligiosi, e perfettamente a suo agio nella divisa di commodoro della flotta privata su cui scientology, bandita per reati fiscali, fu costretta per anni ad autosegregarsi.

appassionato del pensiero di james hillman, il libraio antiquario paolo pampaloni ha costruito negli anni, per rendergli omaggio, una selezionatissima biblioteca sull`anima e sull`anima mundi: incunaboli, cinquecentine, preziosi commenti, da omero, pitagora, platone e l`intera letteratura neoplatonica del rinascimento sino alle prime edizioni di jung, kere`nyi, corbin. una tradizione millenaria, una trama variegata di miti, sogni e teorie, dove sempre si ritrova quel singolare splendore che sembra emanare da una segreta animazione delle cose. secondo plotino l`anima, dispiegandosi al mondo, si degrada e s`intorbida nell`oscuro caos delle passioni e dei desideri, ma per hillman qualche scintilla ancora ne trapela. e la collezione di paolo pampaloni cerca di restituire la continuita` di tutti i discorsi attorno a questa luce, cogliendo le tracce di un cosmo animato che parla ormai solo con voci lontane. la dettagliata schedatura bibliografica da` conto della presenza fisica dei libri sugli scaffali dell`antiquario, mentre al commento e` demandato il compito di ritessere una tela strappata, depositaria di una sapienza ancor oggi viva per chi non sia sordo a quelle voci e cieco alla misteriosa luce dell`anima mundi. con una nota di roberto calasso.

il 19 maggio 1978, con un proiettile calibro 22, marie-jo, la figlia venticinquenne di georges simenon, si uccide nel suo appartamento di parigi. e un suicidio annunciato, e del resto piu` volte tentato: dopo essere stata una bambina difficile, marie-jo era entrata sin dall`adolescenza in un ciclo infernale di cliniche, fughe, ospedali psichiatrici. simenon non raggiunge parigi, ma si preoccupa che siano eseguite le estreme volonta` della giovane, contenute in una lettera straziante trovata accanto al cadavere. nel 1980 lo scrittore compone queste "memorie" per commemorare la figlia, ma anche per placare insieme il dolore e i sensi di colpa e da` vita a una sorta di grande affresco autobiografico.


